Cinque anni di Governo Meloni e nessuna svolta economica
Por Mattia Marasti

Non era mai successo, nel corso della storia repubblicana, che lo stesso governo arrivasse a presentare la sua quinta manovra finanziaria. Per questo, la conferenza stampa con cui il governo Meloni ha presentato quella del 2027 rappresenta un caso inedito per il nostro paese. Quello che non è cambiato, invece, sono i contenuti: interventi infinitesimi e circoscritti, con impatti che quando non sono negativi, come nel caso dell’estensione del vincolo del regime forfettario, probabilmente non avranno alcun impatto rilevante. Si tratta della cifra caratteristica della politica economica del governo Meloni, che pur avendo avuto il governo più duraturo e stabile, non ha cambiato il volto economico del paese. Essendo l’ultima manovra del governo, però, è interessante anche comprendere se questo quasi-immobilismo non sia in realtà dovuto a far passare una certa idea dell’operato del governo.
All’interno della manovra, si ritrovano provvedimenti che hanno contraddistinto il governo Meloni per l’intera durata della legislatura. In particolare, il provvedimento principale – se così si può dire – è quello sull’IRPEF . Per ridurre il carico fiscale sulla classe media, il governo Meloni ha innalzato da 50 a 55 mila euro l’anno la soglia per il secondo scaglione IRPEF, quello del 33 per cento, con un costo stimato di 1,2 miliardi. Secondo i numeri di SkyTg24 Economia , il provvedimento andrebbe a interessare in particolare l’1,3 per cento dei contribuenti , cioè quelli che guadagnano tra poco più di 50 mila e meno di 55 mila. In realtà, però, il risparmio interesserà anche chi guadagna più di quella cifra. Per la struttura a scaglioni dell’IRPEF anche chi ha un reddito imponibile superiore a 55 mila euro vedrebbe tassare al 33 per cento anziché al 43 quei 5 mila euro, con un risparmio massimo di 500 euro, salvo meccanismi che ne neutralizzino l’effetto sui redditi più alti. L’anno scorso, con un intervento simile sull’IRPEF, si era presentato proprio il problema di sterilizzare il beneficio per i redditi più elevati. Le soluzioni messe in campo dal governo, però, non si erano dimostrate efficaci. A livello tecnico, più che un taglio sulla classe media è una riduzione delle tasse su quelli che sono i contribuenti più abbienti. Sulla questione torneremo più tardi nell’articolo.
Questo provvedimento apre in realtà vari fronti. In primo luogo, questa riduzione potrebbe essere solo apparente. Dietro si cela il cosiddetto drenaggio fiscale ( fiscal drag ) , un problema che si è ripresentato in un contesto di elevata inflazione e di conseguenti aumenti salariali, senza indicizzazione di scaglioni, detrazioni e deduzioni. Questi aumenti salariali, la cui funzione sarebbe proprio cercare di aumentare il potere d’acquisto, vanno però ad aumentare la base imponibile dell’IRPEF. In questo modo, i lavoratori e le lavoratrici si vedono aumentare il carico fiscale, nonostante la loro condizione economica non sia migliorata. Al contempo, si assiste a un maggior gettito per lo Stato. Sul fatto che gli interventi abbiano o meno restituito questo aumento di gettito vi è un dibattito, di natura tecnica, per cui si rimanda all’analisi dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani. Se si assume lo scenario più favorevole, cioè che gli interventi precedenti abbiano già restituito il maggior gettito dovuto al drenaggio fiscale, allora il taglio delle imposte, una volta scorporata la compensazione, risulta esiguo.
Non si può poi non considerare il fattore del livello generale dei redditi da lavoro dipendente, visto che l’IRPEF è ormai diventata un’imposta speciale su di essi e sulle pensioni . Si è visto che i contribuenti che dichiarano oltre i 50 mila euro lordi finiscono nella fascia più alta della distribuzione – il top 10 per cento. Su questo è necessario porre l’attenzione: è vero che il taglio interessa i contribuenti più abbienti, rispetto alla distribuzione dei redditi, ma allo stesso tempo non si può certo considerare questi contribuenti dei “ paperoni ”. Il problema, semmai, è la dinamica fiacca dei salari nel nostro paese: non si può intervenire con la leva fiscale – vale a dire con la riduzione delle imposte – come fatto dal governo Meloni in questi anni. Al contrario, sarebbe servita una strategia focalizzata sull’aumento della produttività del nostro sistema economico. Oltre a qualche intervento di dubbia efficacia, l’esecutivo ha fatto poco sul tema. In parte, la motivazione è politica, più che economica. Per rilanciare la produttività nel nostro paese, serve un progetto sul lungo periodo, quindi non spendibile a breve tempo in termini di consenso elettorale, e che, soprattutto, finirebbe per scontentare alcune categorie. Al contrario, gli interventi sull’IRPEF hanno effetti più immediati e spendibili politicamente.
Infine persiste, come anticipato, il problema di un’imposta, l’IRPEF, la cui base imponibile si è svuotata, in quanto vari tipi di reddito sono oggi assoggettati a regimi speciali, come quelli da lavoro autonomo e la cedolare secca. Una riforma di più ampio respiro del sistema fiscale nella sua complessità sarebbe stata la benvenuta, soprattutto in virtù di studi che mostrano quanto oggi il sistema sia diventato debolmente progressivo e regressivo per i più ricchi.
Il secondo provvedimento cardine della manovra riguarda l’estensione del regime forfettario per i lavoratori autonomi. Il limite per la tassazione piatta al 15 per cento (5 per le nuove Partite Iva) passa da 85 mila euro a 100 mila euro . Tuttavia, questo regime era già stato attenzionato dalla Commissione Europea , che chiedeva una stretta. Per cercare di evitare lo scontro con Bruxelles, il governo ha quindi dovuto escludere le semplificazioni sull’IVA per il reddito che eccede il limite degli 85 mila.
Anche questo provvedimento presenta criticità. Il regime forfettario nasce per offrire una tassazione agevolata che, oltre agli effetti economici più evidenti, ha l’intento di ridurre l’evasione, particolarmente alta, tra i lavoratori autonomi. Il problema principale resta nella soglia rigida da cui si applica. Chi è infatti al di sotto della soglia, ha un incentivo a dichiarare perché le imposte sono esigue. Ma coloro che sono a ridosso della soglia avranno, al contrario, incentivi a evadere o non dichiarare per poter rientrare nel regime agevolato. La perdita, in questo caso, non è soltanto quella riconducibile all’evasione, ma anche il mancato gettito che il passaggio al regime agevolato comporterebbe. Proprio questo mancato gettito contribuisce ad aumentare i costi del regime forfettario, come rileva un’analisi relativa a qualche anno fa proprio del Ministero dell’Economia e delle Finanze . Per quanto, ad oggi, non esistano stime sugli effetti dell'ennesimo aumento della soglia, è verosimile che si ripresenti una dinamica analoga: da un lato, l'emersione di redditi tra i contribuenti più piccoli; dall'altro, maggiori incentivi a evadere per quelli prossimi alla soglia, con costi per lo Stato sia in termini di evasione sia di mancato gettito dovuto al regime agevolato.
All’interno della manovra, secondo quanto dichiarato da Giorgia Meloni in conferenza stampa, si trovano anche altri provvedimenti come l’abolizione del bollo per le auto di piccola e media taglia, un aumento del finanziamento per la sanità, maggiori investimenti per la difesa e per l’energia, quest’ultime concordate con l’Europa, e ulteriori misure che probabilmente avranno un impatto non particolarmente significativo.
Per quel che riguarda i fondi, una parte dei 26 miliardi della manovra sono finanziati a debito, come detto in precedenza, concordato con la Commissione per alcuni capitoli di spesa. Oltre al risparmio da parte dei ministeri, una parte ingente delle risorse proviene dall’aumento del prelievo per banche, assicurazioni e aziende del comparto energetico .
Al di là della valutazione sulle singole misure contenute sulle misure, è interessante considerare il contesto in cui questa manovra è stata presentata. Anche nel caso si dovesse votare a scadenza naturale della legislatura, questa rappresenta la manovra prima della tornata elettorale. Per questo motivo, il governo è incentivato a mettere in campo misure che guardano più al consenso sul breve periodo che all’economia. D’altronde, anche la ricerca economica ha posto l’attenzione su questo tipo di fenomeno. Non mancano, come abbiamo fatto notare, misure che guardano alla propria base. Alcune di queste avranno probabilmente un effetto negativo dal punto di vista economico. L’estensione della flat tax per gli autonomi fino a 100 mila euro ne è un esempio, visto che le rilevazioni Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) confermano che la categoria vota in maniera considerevole per i partiti di destra e in particolare per Fratelli d’Italia. Altre, come l’abolizione strutturale del bollo auto, hanno sì un un intento elettorale. Per quanto la cifra sia irrisoria se consideriamo il risparmio su base annua, bisogna tenere conto che il pagamento si concentra su un solo mese. Pertanto, preso sul singolo periodo, si tratta di un risparmio considerevole per il bilancio delle famiglie. La speranza del governo Meloni, in un contesto segnato dal carovita, è che questo influenzi gli indecisi e vada quindi a influenzare le decisioni di voto.
Tuttavia, l’azione del governo rimane vincolata alle regole europee. A settembre, infatti, l’ISTAT ha confermato che il deficit per l’anno passato si attesta al 3,1 per cento, impedendo quindi la fuoriuscita dalla procedura d’infrazione . Non solo: il contesto economico in cui si trova il paese, segnato da un elevato costo dell’energia, richiede interventi da parte del governo che riducano ancora di più lo spazio fiscale per eventuali politiche più espansive.
Sarebbe, però, imprudente vedere in questi vincoli alla spesa soltanto degli ostacoli all’azione del governo. Se è vero che le misure a puro fine elettorale sono limitate, allo stesso tempo il governo Meloni può servirsi di questa prudenza nei conti pubblici a fini politici. Già ai tempi della manovra precedente, prima che il governo stesso la cambiasse in dirittura d’arrivo, Meloni aveva parlato di una manovra “molto seria ed equilibrata” .
Non è un caso: una gestione oculata delle risorse pubbliche fa parte della strategia di Meloni di cercare di tenere al suo interno una coalizione eterogenea. Mentre con i provvedimenti sulla sicurezza e gli attacchi ai facinorosi e alla magistratura si rivolge all’elettorato più di destra, la politica economica del governo Meloni è un tentativo di appellarsi a un elettorato più moderato. E alcune politiche messe in atto dai partiti di opposizione, quando si sono trovati al governo, vengono usate da Meloni per rafforzare questa narrazione: nonostante in un primo tempo lo abbia difeso e ne abbia addirittura chiesto un’estensione, il Superbonus approvato dal governo Conte II , sostenuto proprio dai partiti che oggi fanno parte del Campo Largo, è stato al centro degli attacchi di Meloni di questi mesi, a partire dalla polemica sullo sforamento del 3 per cento. Dal punto di vista elettorale, la manovra rappresenta il tentativo di ergersi a coalizione che ha saputo mantenere stabilità e una politica fiscale prudente, contro invece un blocco che avrebbe dissestato i conti pubblici.
Se abbiamo rivolto lo sguardo verso il futuro prossimo, allo stesso tempo è l’occasione per un bilancio dell’operato economico del governo Meloni. Prescindendo dagli schemi elettorali e dalle valutazioni sulla politica economica, questo governo verrà ricordato come un’occasione persa. I suoi meriti derivano, perlopiù, da fattori esterni che hanno contraddistinto buona parte del continente e dei paesi occidentali. Per esempio, il record degli occupati, più volte sbandierato da Meloni , si inserisce all’interno di una tendenza più ampia, difficilmente riconducibile alle politiche del governo. Al contrario, laddove poteva fare qualcosa, come sulla politica industriale, si è visto poco o nulla.
Il governo Meloni avrebbe potuto intervenire massicciamente, soprattutto nella fase iniziale del suo governo, con una linea di destra economica, come fatto da tanti governi all’estero: si pensi – di nuovo, prescindendo dalla valutazione politica – all'operato del conservatore Fredrik Reinfeldt in Svezia o di Cameron-Osborne nel Regno Unit o. Questo avrebbe conferito a Meloni il ruolo di leader di una nuova destra – diversa da quella di Reinfeldt o Cameron, questo è certo-anche sul fronte economico.
Si è invece preferito non provare nemmeno a scalfire i problemi storici del paese, considerando anche quelli che sono ascrivibili a una visione di destra economica, come appunto quella della produttività, della dimensione d’impresa, delle presenza ancora importante dello Stato nell’economia, di una razionalizzazione della spesa pubblica.
Immagine in anteprima: frame video SkyTg24 via YouTube
Cinco años de Gobierno Meloni y ningún giro económico
Por Mattia Marasti
Traducción automática del italiano · el original manda

Nunca había ocurrido en la historia de la República que un mismo Gobierno llegara a presentar sus quintos presupuestos. Por eso, la rueda de prensa con la que el Gobierno Meloni presentó los de 2027 es un caso inédito en nuestro país. Lo que no ha cambiado, en cambio, es el contenido: medidas mínimas y acotadas, con efectos que, cuando no son negativos, como en el caso de la ampliación del límite del régimen fiscal simplificado, probablemente no tendrán ningún impacto relevante. Es el sello de la política económica del Gobierno Meloni, que, pese a haber sido el Gobierno más duradero y estable, no ha cambiado la cara económica del país. Al tratarse de los últimos presupuestos del Gobierno, sin embargo, también es interesante entender si este casi inmovilismo no responde en realidad a la voluntad de transmitir una determinada idea de su gestión.
En los presupuestos aparecen medidas que han caracterizado al Gobierno Meloni durante toda la legislatura. En particular, la medida principal —por llamarla así— es la del IRPEF. Para reducir la presión fiscal sobre la clase media, el Gobierno Meloni ha elevado de 50.000 a 55.000 euros anuales el umbral del segundo tramo del IRPEF, el del 33 %, con un coste estimado de 1.200 millones. Según las cifras de SkyTg24 Economia, la medida afectaría sobre todo al 1,3 % de los contribuyentes, es decir, a quienes ganan entre algo más de 50.000 y menos de 55.000 euros. En realidad, sin embargo, el ahorro también beneficiará a quien gane más. Por la estructura por tramos del IRPEF, también quien tenga una base imponible superior a 55.000 euros vería tributar esos 5.000 euros al 33 % en lugar de al 43 %, con un ahorro máximo de 500 euros, salvo mecanismos que neutralicen su efecto en las rentas más altas. El año pasado, con una medida similar sobre el IRPEF, ya se había planteado precisamente el problema de neutralizar el beneficio para las rentas más elevadas. Las soluciones del Gobierno, sin embargo, no resultaron eficaces. Técnicamente, más que una rebaja para la clase media, es una rebaja de impuestos para los contribuyentes más acomodados. Volveremos sobre ello más adelante en el artículo.
Esta medida abre en realidad varios frentes. En primer lugar, la rebaja podría ser solo aparente. Detrás se esconde la llamada progresividad en frío (fiscal drag), un problema que ha reaparecido en un contexto de inflación elevada y de las consiguientes subidas salariales, sin indexación de tramos, deducciones y desgravaciones. Esas subidas salariales, cuya función sería precisamente intentar aumentar el poder adquisitivo, aumentan sin embargo la base imponible del IRPEF. Así, trabajadores y trabajadoras ven aumentar su carga fiscal aunque su situación económica no haya mejorado. Al mismo tiempo, el Estado recauda más. Sobre si las medidas han devuelto o no ese aumento de recaudación hay un debate técnico, para el que remitimos al análisis del Osservatorio Conti Pubblici Italiani. Si se asume el escenario más favorable, es decir, que las medidas anteriores ya hayan devuelto la mayor recaudación debida a la progresividad en frío, la rebaja de impuestos, una vez descontada esa compensación, resulta exigua.
Tampoco puede dejar de considerarse el nivel general de las rentas del trabajo asalariado, ya que el IRPEF se ha convertido en un impuesto especial sobre ellas y sobre las pensiones. Hemos visto que los contribuyentes que declaran más de 50.000 euros brutos se sitúan en la franja más alta de la distribución, el 10 % superior. Conviene detenerse en esto: es cierto que la rebaja beneficia a los contribuyentes más acomodados, respecto a la distribución de la renta, pero al mismo tiempo no se puede considerar a estos contribuyentes unos «ricachones». El problema, en todo caso, es la débil evolución de los salarios en nuestro país: no se puede intervenir con la palanca fiscal —es decir, con rebajas de impuestos— como ha hecho el Gobierno Meloni estos años. Al contrario, habría hecho falta una estrategia centrada en aumentar la productividad de nuestro sistema económico. Aparte de alguna medida de dudosa eficacia, el Ejecutivo ha hecho poco al respecto. En parte, el motivo es político más que económico. Para relanzar la productividad del país hace falta un proyecto a largo plazo, que por tanto no rinde a corto plazo en términos de apoyo electoral y que, sobre todo, acabaría disgustando a algunos colectivos. Las medidas sobre el IRPEF, en cambio, tienen efectos más inmediatos y rentables políticamente.
Por último persiste, como ya se ha dicho, el problema de un impuesto, el IRPEF, cuya base imponible se ha vaciado, porque hoy varios tipos de renta están sujetos a regímenes especiales, como las del trabajo autónomo y la tributación fija de los alquileres. Habría sido bienvenida una reforma de mayor alcance del sistema fiscal en su conjunto, sobre todo a la luz de estudios que muestran hasta qué punto el sistema se ha vuelto hoy débilmente progresivo y regresivo para los más ricos.
La segunda medida clave de los presupuestos es la ampliación del régimen fiscal simplificado para los trabajadores autónomos. El límite para la tributación plana del 15 % (5 % para los nuevos autónomos) pasa de 85.000 a 100.000 euros. Sin embargo, este régimen ya había llamado la atención de la Comisión Europea, que pedía endurecerlo. Para intentar evitar el choque con Bruselas, el Gobierno ha tenido que excluir las simplificaciones del IVA para la renta que supere el límite de 85.000 euros.
También esta medida tiene puntos críticos. El régimen simplificado nace para ofrecer una tributación ventajosa que, además de los efectos económicos más evidentes, pretende reducir el fraude, especialmente alto entre los autónomos. El problema principal sigue siendo el umbral rígido a partir del cual se aplica. Quien está por debajo tiene un incentivo para declarar, porque los impuestos son exiguos. Pero quienes están cerca del umbral tendrán, al contrario, incentivos para defraudar o no declarar y poder seguir en el régimen ventajoso. La pérdida, en este caso, no es solo la atribuible al fraude, sino también la recaudación que se deja de ingresar por el paso al régimen ventajoso. Esa recaudación perdida contribuye precisamente a encarecer el régimen simplificado, como señala un análisis de hace unos años del propio Ministerio de Economía y Hacienda. Aunque hoy no hay estimaciones de los efectos de la enésima subida del umbral, es verosímil que se repita una dinámica similar: por un lado, el afloramiento de rentas entre los contribuyentes más pequeños; por otro, mayores incentivos para defraudar entre los que están cerca del umbral, con costes para el Estado tanto por el fraude como por la recaudación perdida por el régimen ventajoso.
En los presupuestos, según declaró Giorgia Meloni en la rueda de prensa, figuran también otras medidas, como la supresión del impuesto de circulación para los coches pequeños y medianos, un aumento de la financiación de la sanidad, más inversión en defensa y en energía —estas últimas pactadas con Europa— y otras medidas que probablemente no tendrán un impacto especialmente significativo.
En cuanto a la financiación, una parte de los 26.000 millones de los presupuestos se financia con deuda, pactada, como se ha dicho, con la Comisión para algunas partidas de gasto. Además del ahorro de los ministerios, una parte importante de los recursos procede del aumento de la presión fiscal sobre bancos, aseguradoras y empresas del sector energético.
Más allá de la valoración de cada medida, es interesante considerar el contexto en que se han presentado estos presupuestos. Aunque se votara al final natural de la legislatura, son los presupuestos previos a las elecciones. Por eso el Gobierno tiene incentivos para adoptar medidas que buscan más el apoyo a corto plazo que la economía. De hecho, la investigación económica también ha prestado atención a este fenómeno. No faltan, como hemos señalado, medidas pensadas para la propia base electoral. Algunas tendrán probablemente un efecto negativo desde el punto de vista económico. La ampliación del tipo único para los autónomos hasta 100.000 euros es un ejemplo, ya que los sondeos del Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) confirman que este colectivo vota de forma considerable a los partidos de derecha y, en particular, a Hermanos de Italia. Otras, como la supresión estructural del impuesto de circulación, tienen sí una intención electoral. Aunque la cifra es irrisoria si se considera el ahorro anual, hay que tener en cuenta que el pago se concentra en un solo mes. Por tanto, tomado en ese periodo, es un ahorro considerable para el presupuesto de las familias. La esperanza del Gobierno Meloni, en un contexto marcado por la carestía, es que esto influya en los indecisos y, por tanto, en su voto.
Sin embargo, la acción del Gobierno sigue sujeta a las reglas europeas. En septiembre, de hecho, el ISTAT confirmó que el déficit del año pasado se situó en el 3,1 %, lo que impide salir del procedimiento por déficit excesivo. Y no solo eso: el contexto económico del país, marcado por el elevado coste de la energía, exige medidas del Gobierno que reducen aún más el margen fiscal para posibles políticas más expansivas.
Sería imprudente, sin embargo, ver en estos límites al gasto solo obstáculos para la acción del Gobierno. Si bien las medidas con un fin puramente electoral son limitadas, al mismo tiempo el Gobierno Meloni puede servirse de esta prudencia en las cuentas públicas con fines políticos. Ya con los presupuestos anteriores, antes de que el propio Gobierno los cambiara en la recta final, Meloni había hablado de unos presupuestos «muy serios y equilibrados».
No es casualidad: una gestión prudente de los recursos públicos forma parte de la estrategia de Meloni para mantener unida una coalición heterogénea. Mientras con las medidas de seguridad y los ataques a los alborotadores y a la magistratura se dirige al electorado más de derechas, la política económica del Gobierno Meloni intenta apelar a un electorado más moderado. Y algunas políticas que aplicaron los partidos de la oposición cuando gobernaron le sirven a Meloni para reforzar ese relato: aunque al principio lo defendió e incluso pidió ampliarlo, el Superbonus aprobado por el Gobierno Conte II, apoyado precisamente por los partidos que hoy forman el Campo Largo, ha estado en el centro de los ataques de Meloni estos meses, empezando por la polémica por superar el 3 %. Desde el punto de vista electoral, los presupuestos son el intento de presentarse como la coalición que ha sabido mantener la estabilidad y una política fiscal prudente, frente a un bloque que habría desequilibrado las cuentas públicas.
Si hemos mirado hacia el futuro próximo, es también la ocasión para hacer balance de la gestión económica del Gobierno Meloni. Al margen de los cálculos electorales y de las valoraciones sobre la política económica, este Gobierno será recordado como una ocasión perdida. Sus méritos derivan, sobre todo, de factores externos que han marcado buena parte del continente y de los países occidentales. Por ejemplo, el récord de ocupados, del que Meloni ha presumido en varias ocasiones, se inscribe en una tendencia más amplia, difícilmente atribuible a las políticas del Gobierno. En cambio, allí donde podía hacer algo, como en la política industrial, se ha visto poco o nada.
El Gobierno Meloni habría podido intervenir de forma masiva, sobre todo al comienzo de su mandato, con una línea de derecha económica, como han hecho tantos gobiernos en el extranjero: piénsese —de nuevo, al margen de la valoración política— en la gestión del conservador Fredrik Reinfeldt en Suecia o de Cameron y Osborne en el Reino Unido. Eso habría dado a Meloni el papel de líder de una nueva derecha —distinta de la de Reinfeldt o Cameron, eso es seguro— también en el terreno económico.
En cambio, se ha preferido no intentar siquiera arañar los problemas históricos del país, incluidos los que se pueden atribuir a una visión de derecha económica, como precisamente el de la productividad, el tamaño de las empresas, la presencia todavía importante del Estado en la economía o la racionalización del gasto público.
Imagen de portada: fotograma de vídeo de SkyTg24 vía YouTube
Cinque anni di Governo Meloni e nessuna svolta economica
Por Mattia Marasti

Non era mai successo, nel corso della storia repubblicana, che lo stesso governo arrivasse a presentare la sua quinta manovra finanziaria. Per questo, la conferenza stampa con cui il governo Meloni ha presentato quella del 2027 rappresenta un caso inedito per il nostro paese. Quello che non è cambiato, invece, sono i contenuti: interventi infinitesimi e circoscritti, con impatti che quando non sono negativi, come nel caso dell’estensione del vincolo del regime forfettario, probabilmente non avranno alcun impatto rilevante. Si tratta della cifra caratteristica della politica economica del governo Meloni, che pur avendo avuto il governo più duraturo e stabile, non ha cambiato il volto economico del paese. Essendo l’ultima manovra del governo, però, è interessante anche comprendere se questo quasi-immobilismo non sia in realtà dovuto a far passare una certa idea dell’operato del governo.
All’interno della manovra, si ritrovano provvedimenti che hanno contraddistinto il governo Meloni per l’intera durata della legislatura. In particolare, il provvedimento principale – se così si può dire – è quello sull’IRPEF . Per ridurre il carico fiscale sulla classe media, il governo Meloni ha innalzato da 50 a 55 mila euro l’anno la soglia per il secondo scaglione IRPEF, quello del 33 per cento, con un costo stimato di 1,2 miliardi. Secondo i numeri di SkyTg24 Economia , il provvedimento andrebbe a interessare in particolare l’1,3 per cento dei contribuenti , cioè quelli che guadagnano tra poco più di 50 mila e meno di 55 mila. In realtà, però, il risparmio interesserà anche chi guadagna più di quella cifra. Per la struttura a scaglioni dell’IRPEF anche chi ha un reddito imponibile superiore a 55 mila euro vedrebbe tassare al 33 per cento anziché al 43 quei 5 mila euro, con un risparmio massimo di 500 euro, salvo meccanismi che ne neutralizzino l’effetto sui redditi più alti. L’anno scorso, con un intervento simile sull’IRPEF, si era presentato proprio il problema di sterilizzare il beneficio per i redditi più elevati. Le soluzioni messe in campo dal governo, però, non si erano dimostrate efficaci. A livello tecnico, più che un taglio sulla classe media è una riduzione delle tasse su quelli che sono i contribuenti più abbienti. Sulla questione torneremo più tardi nell’articolo.
Questo provvedimento apre in realtà vari fronti. In primo luogo, questa riduzione potrebbe essere solo apparente. Dietro si cela il cosiddetto drenaggio fiscale ( fiscal drag ) , un problema che si è ripresentato in un contesto di elevata inflazione e di conseguenti aumenti salariali, senza indicizzazione di scaglioni, detrazioni e deduzioni. Questi aumenti salariali, la cui funzione sarebbe proprio cercare di aumentare il potere d’acquisto, vanno però ad aumentare la base imponibile dell’IRPEF. In questo modo, i lavoratori e le lavoratrici si vedono aumentare il carico fiscale, nonostante la loro condizione economica non sia migliorata. Al contempo, si assiste a un maggior gettito per lo Stato. Sul fatto che gli interventi abbiano o meno restituito questo aumento di gettito vi è un dibattito, di natura tecnica, per cui si rimanda all’analisi dell’Osservatorio Conti Pubblici Italiani. Se si assume lo scenario più favorevole, cioè che gli interventi precedenti abbiano già restituito il maggior gettito dovuto al drenaggio fiscale, allora il taglio delle imposte, una volta scorporata la compensazione, risulta esiguo.
Non si può poi non considerare il fattore del livello generale dei redditi da lavoro dipendente, visto che l’IRPEF è ormai diventata un’imposta speciale su di essi e sulle pensioni . Si è visto che i contribuenti che dichiarano oltre i 50 mila euro lordi finiscono nella fascia più alta della distribuzione – il top 10 per cento. Su questo è necessario porre l’attenzione: è vero che il taglio interessa i contribuenti più abbienti, rispetto alla distribuzione dei redditi, ma allo stesso tempo non si può certo considerare questi contribuenti dei “ paperoni ”. Il problema, semmai, è la dinamica fiacca dei salari nel nostro paese: non si può intervenire con la leva fiscale – vale a dire con la riduzione delle imposte – come fatto dal governo Meloni in questi anni. Al contrario, sarebbe servita una strategia focalizzata sull’aumento della produttività del nostro sistema economico. Oltre a qualche intervento di dubbia efficacia, l’esecutivo ha fatto poco sul tema. In parte, la motivazione è politica, più che economica. Per rilanciare la produttività nel nostro paese, serve un progetto sul lungo periodo, quindi non spendibile a breve tempo in termini di consenso elettorale, e che, soprattutto, finirebbe per scontentare alcune categorie. Al contrario, gli interventi sull’IRPEF hanno effetti più immediati e spendibili politicamente.
Infine persiste, come anticipato, il problema di un’imposta, l’IRPEF, la cui base imponibile si è svuotata, in quanto vari tipi di reddito sono oggi assoggettati a regimi speciali, come quelli da lavoro autonomo e la cedolare secca. Una riforma di più ampio respiro del sistema fiscale nella sua complessità sarebbe stata la benvenuta, soprattutto in virtù di studi che mostrano quanto oggi il sistema sia diventato debolmente progressivo e regressivo per i più ricchi.
Il secondo provvedimento cardine della manovra riguarda l’estensione del regime forfettario per i lavoratori autonomi. Il limite per la tassazione piatta al 15 per cento (5 per le nuove Partite Iva) passa da 85 mila euro a 100 mila euro . Tuttavia, questo regime era già stato attenzionato dalla Commissione Europea , che chiedeva una stretta. Per cercare di evitare lo scontro con Bruxelles, il governo ha quindi dovuto escludere le semplificazioni sull’IVA per il reddito che eccede il limite degli 85 mila.
Anche questo provvedimento presenta criticità. Il regime forfettario nasce per offrire una tassazione agevolata che, oltre agli effetti economici più evidenti, ha l’intento di ridurre l’evasione, particolarmente alta, tra i lavoratori autonomi. Il problema principale resta nella soglia rigida da cui si applica. Chi è infatti al di sotto della soglia, ha un incentivo a dichiarare perché le imposte sono esigue. Ma coloro che sono a ridosso della soglia avranno, al contrario, incentivi a evadere o non dichiarare per poter rientrare nel regime agevolato. La perdita, in questo caso, non è soltanto quella riconducibile all’evasione, ma anche il mancato gettito che il passaggio al regime agevolato comporterebbe. Proprio questo mancato gettito contribuisce ad aumentare i costi del regime forfettario, come rileva un’analisi relativa a qualche anno fa proprio del Ministero dell’Economia e delle Finanze . Per quanto, ad oggi, non esistano stime sugli effetti dell'ennesimo aumento della soglia, è verosimile che si ripresenti una dinamica analoga: da un lato, l'emersione di redditi tra i contribuenti più piccoli; dall'altro, maggiori incentivi a evadere per quelli prossimi alla soglia, con costi per lo Stato sia in termini di evasione sia di mancato gettito dovuto al regime agevolato.
All’interno della manovra, secondo quanto dichiarato da Giorgia Meloni in conferenza stampa, si trovano anche altri provvedimenti come l’abolizione del bollo per le auto di piccola e media taglia, un aumento del finanziamento per la sanità, maggiori investimenti per la difesa e per l’energia, quest’ultime concordate con l’Europa, e ulteriori misure che probabilmente avranno un impatto non particolarmente significativo.
Per quel che riguarda i fondi, una parte dei 26 miliardi della manovra sono finanziati a debito, come detto in precedenza, concordato con la Commissione per alcuni capitoli di spesa. Oltre al risparmio da parte dei ministeri, una parte ingente delle risorse proviene dall’aumento del prelievo per banche, assicurazioni e aziende del comparto energetico .
Al di là della valutazione sulle singole misure contenute sulle misure, è interessante considerare il contesto in cui questa manovra è stata presentata. Anche nel caso si dovesse votare a scadenza naturale della legislatura, questa rappresenta la manovra prima della tornata elettorale. Per questo motivo, il governo è incentivato a mettere in campo misure che guardano più al consenso sul breve periodo che all’economia. D’altronde, anche la ricerca economica ha posto l’attenzione su questo tipo di fenomeno. Non mancano, come abbiamo fatto notare, misure che guardano alla propria base. Alcune di queste avranno probabilmente un effetto negativo dal punto di vista economico. L’estensione della flat tax per gli autonomi fino a 100 mila euro ne è un esempio, visto che le rilevazioni Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) confermano che la categoria vota in maniera considerevole per i partiti di destra e in particolare per Fratelli d’Italia. Altre, come l’abolizione strutturale del bollo auto, hanno sì un un intento elettorale. Per quanto la cifra sia irrisoria se consideriamo il risparmio su base annua, bisogna tenere conto che il pagamento si concentra su un solo mese. Pertanto, preso sul singolo periodo, si tratta di un risparmio considerevole per il bilancio delle famiglie. La speranza del governo Meloni, in un contesto segnato dal carovita, è che questo influenzi gli indecisi e vada quindi a influenzare le decisioni di voto.
Tuttavia, l’azione del governo rimane vincolata alle regole europee. A settembre, infatti, l’ISTAT ha confermato che il deficit per l’anno passato si attesta al 3,1 per cento, impedendo quindi la fuoriuscita dalla procedura d’infrazione . Non solo: il contesto economico in cui si trova il paese, segnato da un elevato costo dell’energia, richiede interventi da parte del governo che riducano ancora di più lo spazio fiscale per eventuali politiche più espansive.
Sarebbe, però, imprudente vedere in questi vincoli alla spesa soltanto degli ostacoli all’azione del governo. Se è vero che le misure a puro fine elettorale sono limitate, allo stesso tempo il governo Meloni può servirsi di questa prudenza nei conti pubblici a fini politici. Già ai tempi della manovra precedente, prima che il governo stesso la cambiasse in dirittura d’arrivo, Meloni aveva parlato di una manovra “molto seria ed equilibrata” .
Non è un caso: una gestione oculata delle risorse pubbliche fa parte della strategia di Meloni di cercare di tenere al suo interno una coalizione eterogenea. Mentre con i provvedimenti sulla sicurezza e gli attacchi ai facinorosi e alla magistratura si rivolge all’elettorato più di destra, la politica economica del governo Meloni è un tentativo di appellarsi a un elettorato più moderato. E alcune politiche messe in atto dai partiti di opposizione, quando si sono trovati al governo, vengono usate da Meloni per rafforzare questa narrazione: nonostante in un primo tempo lo abbia difeso e ne abbia addirittura chiesto un’estensione, il Superbonus approvato dal governo Conte II , sostenuto proprio dai partiti che oggi fanno parte del Campo Largo, è stato al centro degli attacchi di Meloni di questi mesi, a partire dalla polemica sullo sforamento del 3 per cento. Dal punto di vista elettorale, la manovra rappresenta il tentativo di ergersi a coalizione che ha saputo mantenere stabilità e una politica fiscale prudente, contro invece un blocco che avrebbe dissestato i conti pubblici.
Se abbiamo rivolto lo sguardo verso il futuro prossimo, allo stesso tempo è l’occasione per un bilancio dell’operato economico del governo Meloni. Prescindendo dagli schemi elettorali e dalle valutazioni sulla politica economica, questo governo verrà ricordato come un’occasione persa. I suoi meriti derivano, perlopiù, da fattori esterni che hanno contraddistinto buona parte del continente e dei paesi occidentali. Per esempio, il record degli occupati, più volte sbandierato da Meloni , si inserisce all’interno di una tendenza più ampia, difficilmente riconducibile alle politiche del governo. Al contrario, laddove poteva fare qualcosa, come sulla politica industriale, si è visto poco o nulla.
Il governo Meloni avrebbe potuto intervenire massicciamente, soprattutto nella fase iniziale del suo governo, con una linea di destra economica, come fatto da tanti governi all’estero: si pensi – di nuovo, prescindendo dalla valutazione politica – all'operato del conservatore Fredrik Reinfeldt in Svezia o di Cameron-Osborne nel Regno Unit o. Questo avrebbe conferito a Meloni il ruolo di leader di una nuova destra – diversa da quella di Reinfeldt o Cameron, questo è certo-anche sul fronte economico.
Si è invece preferito non provare nemmeno a scalfire i problemi storici del paese, considerando anche quelli che sono ascrivibili a una visione di destra economica, come appunto quella della produttività, della dimensione d’impresa, delle presenza ancora importante dello Stato nell’economia, di una razionalizzazione della spesa pubblica.
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Fünf Jahre Regierung Meloni und keine wirtschaftliche Wende
Por Mattia Marasti
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Es ist noch nie in der Geschichte der Republik vorgekommen, dass dieselbe Regierung ihre fünfte Finanzausgleichsmaßnahme vorgestellt hat. Deshalb stellt die Pressekonferenz, mit der die Regierung Meloni die Maßnahme für 2027 vorgestellt hat, einen einzigartigen Fall für unser Land dar. Was jedoch nicht verändert wurde, sind die Inhalte: unendlich kleine und begrenzte Interventionen, deren Auswirkungen, wenn sie nicht negativ sind, wie im Fall der Verlängerung des Forfait-Regimes, wahrscheinlich keine nennenswerten Auswirkungen haben werden. Es handelt sich um die charakteristische Zahl der Wirtschaftspolitik der Regierung Meloni, die, obwohl sie die dauerhafteste und stabilste Regierung hatte, das wirtschaftliche Gesicht des Landes nicht verändert hat. Da es sich um die letzte Maßnahme der Regierung handelt, ist es jedoch interessant zu verstehen, ob dieser fast reglose Zustand in Wirklichkeit darauf abzielt, eine bestimmte Vorstellung von der Arbeit der Regierung zu vermitteln.
Innerhalb der Maßnahme finden sich Vorschriften, die die Regierung Meloni während der gesamten Legislaturperiode geprägt haben. Insbesondere ist die Hauptvorschrift – wenn man so sagen kann – diejenige zur Einkommensteuer (IRPEF). Um die steuerliche Belastung der Mittelschicht zu reduzieren, hat die Regierung Meloni die Schwellen für das zweite Steuerstufen, das 33-Prozent-Stufe, von 50.000 auf 55.000 Euro im Jahr angehoben, mit einem geschätzten Kosten von 1,2 Milliarden Euro. Laut den Zahlen von SkyTg24 Wirtschaft betrifft die Vorschrift insbesondere 1,3 Prozent der Steuerzahler, also diejenigen, die zwischen etwas mehr als 50.000 und weniger als 55.000 Euro verdienen. In Wirklichkeit wird der Erspartbetrag jedoch auch diejenigen betreffen, die mehr als diese Summe verdienen. Aufgrund der Steuerstufengliederung der IRPEF wird auch wer ein steuerpflichtiges Einkommen von mehr als 55.000 Euro hat, die 5.000 Euro, die in der 33-Prozent- anstatt in der 43-Prozent-Stufe besteuert werden, mit einem maximalen Erspartbetrag von 500 Euro, abgesehen von Mechanismen, die den Effekt bei höheren Einkommen neutralisieren. Im letzten Jahr war mit einer ähnlichen Intervention auf die IRPEF das Problem aufgetreten, dass der Nutzen für höhere Einkommen neutralisiert wurde. Die vom Regierung vorgeschlagenen Lösungen hatten sich jedoch als ineffektiv erwiesen. Auf technischer Ebene handelt es sich eher um eine Steuererleichterung für die wohlhabendsten Steuerzahler. Auf diese Frage werden wir später im Artikel zurückkommen.
Diese Vorschrift öffnet tatsächlich verschiedene Fronten. Erstens könnte diese Senkung nur scheinbar sein. Dahinter verbirgt sich das sogenannte steuerliche Drainage (fiscal drag), ein Problem, das sich in einem Kontext hoher Inflation und entsprechender Lohnerhöhungen, ohne Anpassung der Steuerstufen, Abzüge und Deduktionen, wiederholt hat. Diese Lohnerhöhungen, deren Funktion es ist, die Kaufkraft zu erhöhen, führen jedoch zu einer Erhöhung der steuerpflichtigen Einkommen der IRPEF. Auf diese Weise sehen sich Arbeitnehmerinnen und Arbeitnehmer die steuerliche Belastung erhöht, obwohl ihre wirtschaftliche Situation nicht verbessert wurde. Gleichzeitig steigt das Steueraufkommen für den Staat. Ob die Interventionen dieses Steueraufkommen wiederhergestellt haben oder nicht, ist Gegenstand eines technischen Debatts, auf das man sich an die Analyse des Observatoriums für die öffentlichen Finanzen Italiens wendet. Wenn man das günstigste Szenario annimmt, dass die vorherigen Interventionen das zusätzliche Steueraufkommen aufgrund der steuerlichen Drainage bereits wettgemacht haben, dann ist die Steuersenkung, nach Abzug der Kompensation, gering.
Man kann nicht übersehen, dass der allgemeine Einkommensniveau der abhängig Beschäftigten, da die IRPEF inzwischen eine spezielle Steuer auf diese und auf die Pensionsleistungen geworden ist. Es ist zu sehen, dass die Steuerzahler, die mehr als 50.000 Euro brutto deklarieren, in die oberen Schichten der Einkommensverteilung – die Top 10 Prozent – fallen. Auf diese Tatsache muss der Fokus gelegt werden: Es ist wahr, dass die Senkung die wohlhabendsten Steuerzahler betrifft, im Vergleich zur Einkommensverteilung, aber man kann diese Steuerzahler nicht als "Säcke" betrachten. Das Problem ist vielmehr die schwache Dynamik der Löhne in unserem Land: Man kann nicht mit der steuerlichen Hebelwirkung – also der Senkung der Steuern – intervenieren, wie es die Regierung Meloni in den letzten Jahren getan hat. Stattdessen wäre eine Strategie erforderlich gewesen, die sich auf die Steigerung der Produktivität unseres Wirtschaftssystems konzentriert. Neben einigen zweifelhaften Interventionen hat die Regierung wenig auf diesem Gebiet getan. Teilweise liegt die Motivation politischer als wirtschaftlicher Natur. Um die Produktivität in unserem Land zu steigern, ist ein langfristiges Projekt erforderlich, das nicht kurzfristig in Form von Wählerkonsens investiert werden kann und das, vor allem, bestimmte Gruppen unzufrieden stellen würde. Im Gegensatz dazu haben die Interventionen auf die IRPEF sofortige und politisch nutzbare Effekte.
Schließlich besteht, wie bereits angedeutet, das Problem einer Steuer, der IRPEF, deren steuerpflichtige Basis sich geleert hat, da verschiedene Arten von Einkommen heute unter besonderen Regimen besteuert werden, wie die Einkommen von selbstständigen Arbeitnehmern und die feste Abgeltung. Eine umfassendere Reform des steuerlichen Systems in seiner Gesamtheit wäre willkommen gewesen, insbesondere im Lichte von Studien, die zeigen, dass das System heute schwach progressiv und regressiv für die Reichen geworden ist.
Die zweite zentrale Vorschrift der Maßnahme betrifft die Verlängerung des Forfait-Regimes für selbstständige Arbeitnehmer. Das Limit für die flache Steuer von 15 Prozent (5 Prozent für neue Umsatzsteuer-Identifikationsnummern) steigt von 85.000 auf 100.000 Euro. Dieses Regime war jedoch bereits von der Europäischen Kommission kritisiert worden, die eine Strenge verlangte. Um einen Konflikt mit Brüssel zu vermeiden, musste die Regierung die Vereinfachungen der Umsatzsteuer für Einkommen, die das Limit von 85.000 Euro überschreiten, ausschließen.
Auch diese Maßnahme weist Kritikpunkte auf. Das Forfait-Regime wurde eingeführt, um eine erleichterte Besteuerung anzubieten, die neben den offensichtlicheren wirtschaftlichen Effekten das Ziel verfolgt, die besonders hohe Steuerhinterziehung bei selbstständigen Arbeitnehmern zu reduzieren. Das Hauptproblem besteht jedoch in der steifen Schwelle, ab der es angewendet wird. Wer unter der Schwelle liegt, hat einen Anreiz zu deklarieren, da die Steuern gering sind. Diejenigen, die dicht unter der Schwelle liegen, werden jedoch Anreize haben, zu hinterziehen oder nicht zu deklarieren, um in das erleichterte Regime zurückkehren zu können. Der Verlust betrifft in diesem Fall nicht nur die Hinterziehung, sondern auch das fehlende Einnahmeplus, das der Wechsel zum erleichterten Regime mit sich bringen würde. Gerade dieser fehlende Einnahmeplus trägt dazu bei, die Kosten des Forfait-Regimes zu erhöhen, wie eine Analyse des Ministeriums für Wirtschaft und Finanzen aus einigen Jahren zuvor zeigt. Obwohl es derzeit keine Schätzungen über die Auswirkungen der neuesten Erhöhung der Schwelle gibt, ist es wahrscheinlich, dass eine ähnliche Dynamik wieder auftritt: Einerseits die Legalisierung von Einkommen bei den kleineren Steuerzahler; andererseits größere Anreize zur Hinterziehung für diejenigen, die der Schwelle nahe sind, mit Kosten für den Staat sowohl in Form von Hinterziehung als auch von fehlendem Einnahmeplus aufgrund des erleichterten Regimes.
Innerhalb der Maßnahme, wie von Giorgia Meloni in der Pressekonferenz erklärt, sind auch andere Maßnahmen enthalten, wie die Abschaffung des Kraftfahrzeugsteuers für kleinere und mittlere Fahrzeuge, eine Erhöhung der Finanzierung für das Gesundheitswesen, größere Investitionen in die Verteidigung und in die Energie, letztere in Übereinstimmung mit der Europäischen Union, und weitere Maßnahmen, die wahrscheinlich keinen besonders signifikanten Einfluss haben werden.
Was die Finanzierung betrifft, so werden, wie bereits erwähnt, Teile der 26 Milliarden der Maßnahme durch Schulden finanziert, was von der Kommission für einige Ausgabenposten vereinbart wurde. Neben den Einsparungen der Ministerien stammen erhebliche Mittel aus der Erhöhung der Abgaben für Banken, Versicherungen und Unternehmen im Energiesektor.
Unabhängig von der Bewertung der einzelnen Maßnahmen, die in der Maßnahme enthalten sind, ist es interessant, den Kontext zu betrachten, in dem diese Maßnahme präsentiert wurde. Auch im Fall einer natürlichen Ablaufs der Legislaturperiode stellt dies die Maßnahme vor der Wahl dar. Aus diesem Grund ist die Regierung motiviert, Maßnahmen zu ergreifen, die sich mehr auf kurzfristige Zustimmung als auf die Wirtschaft konzentrieren. Schließlich hat auch die Wirtschaftsforschung Aufmerksamkeit auf dieses Phänomen gerichtet. Es fehlen nicht, wie wir bereits bemerkt haben, Maßnahmen, die auf die eigene Wählerschaft abzielen. Einige davon werden wahrscheinlich einen negativen wirtschaftlichen Effekt haben. Die Erweiterung der Forfait-Steuer für Selbstständige bis zu 100.000 Euro ist ein Beispiel, da die Erhebungen des Centro Italiano Studi Elettorali (CISE) bestätigen, dass diese Gruppe erheblich für rechte Parteien und insbesondere für Fratelli d’Italia stimmt. Andere, wie die strukturelle Abschaffung des Kraftfahrzeugsteuers, haben zwar ein Wahlziel. Obwohl der Betrag lächerlich gering ist, wenn man das jährliche Einsparungspotenzial betrachtet, muss man berücksichtigen, dass die Zahlung auf einen einzigen Monat konzentriert ist. Daher handelt es sich bei der Betrachtung des einzelnen Zeitraums um eine erhebliche Einsparung für das Haushaltsbudget der Familien. Die Hoffnung der Regierung Meloni, in einem Kontext, der von hohen Lebenshaltungskosten geprägt ist, ist, dass dies die Unentschlossenen beeinflusst und somit die Wahlentscheidungen beeinflusst.
Dennoch bleibt die Regierungshandlungsfähigkeit an die europäischen Regeln gebunden. Im September hat das ISTAT bestätigt, dass das Defizit des vergangenen Jahres bei 3,1 Prozent liegt, was eine Ausstieg aus dem Verstoßverfahren verhindert. Nicht nur das: Der wirtschaftliche Kontext, in dem sich das Land befindet, gekennzeichnet durch hohe Energiekosten, erfordert Maßnahmen der Regierung, die den fiskalischen Raum für potenziell expansivere Politiken weiter reduzieren.
Es wäre jedoch unvorsichtig, diese Ausgabenbeschränkungen allein als Hindernisse für die Regierungshandlung zu sehen. Wenn es stimmt, dass die rein wahlzielgerichteten Maßnahmen begrenzt sind, kann die Regierung Meloni gleichzeitig diese Vorsicht in der Haushaltsführung zu politischen Zwecken nutzen. Schon bei der vorherigen Maßnahme, bevor die Regierung sie kurz vor dem Ende der Legislaturperiode änderte, hatte Meloni von einer "sehr ernsthaften und ausgewogenen" Maßnahme gesprochen.
Es ist kein Zufall: Eine vorsichtige Verwaltung der öffentlichen Ressourcen ist Teil von Melonis Strategie, eine heterogene Koalition in ihrem Lager zusammenzuhalten. Während sie mit Sicherheitsmaßnahmen und Angriffen auf Kriminelle und die Justiz an ihr rechtes Wählerpublikum appelliert, ist die Wirtschaftspolitik der Regierung Meloni ein Versuch, ein moderateres Wählerpublikum anzusprechen. Und einige Politiken, die von Oppositionsparteien umgesetzt wurden, als sie an der Regierung waren, werden von Meloni genutzt, um diese Erzählung zu stärken: Trotz anfänglicher Verteidigung und sogar Forderung nach einer Verlängerung des Superbonus, der von der Conte II-Regierung, unterstützt von den Parteien, die heute zum breiten Lager gehören, genehmigt wurde, stand dieser Superbonus in den letzten Monaten im Zentrum von Melonis Angriffen, beginnend mit der Kontroverse über das Überschreiten der 3-Prozent-Marke. Aus wahlstrategischer Sicht stellt die Manöver einen Versuch dar, sich als Koalition darzustellen, die Stabilität und eine vorsichtige Fiskalpolitik gewahrt hat, im Gegensatz zu einem Block, der die öffentlichen Finanzen ins Chaos gestürzt hätte.
Wenn wir den Blick auf die nahende Zukunft richten, ist es auch die Gelegenheit, eine Bilanz des wirtschaftspolitischen Handelns der Regierung Meloni zu ziehen. Abgesehen von wahlstrategischen Schemata und Bewertungen der Wirtschaftspolitik wird sich diese Regierung als verpasste Gelegenheit in Erinnerung bringen. Ihre Verdienste stammen größtenteils von externen Faktoren, die einen Großteil des Kontinents und der westlichen Länder geprägt haben. Zum Beispiel passt der Rekord an Beschäftigten, den Meloni mehrfach hervorgehoben hat, in einen breiteren Trend, der schwerlich auf die Politik der Regierung zurückgeführt werden kann. Im Gegensatz dazu, wo sie etwas hätte tun können, wie in der Industriepolitik, ist wenig oder gar nichts zu sehen.
Die Regierung Meloni hätte massiv eingreifen können, insbesondere in der Anfangsphase ihrer Regierung, mit einer rechten Wirtschaftspolitik, wie es von vielen Regierungen im Ausland getan wurde: Man denke – wiederum abgesehen von politischen Bewertungen – an die Arbeit des Konservativen Fredrik Reinfeldt in Schweden oder von Cameron-Osborne im Vereinigten Königreich. Dies hätte Meloni die Rolle eines Leaders einer neuen Rechten verliehen – einer Rechten, die sich von der von Reinfeldt oder Cameron unterscheidet, das ist sicher – auch auf wirtschaftlichem Gebiet.
Stattdessen wurde es vorgezogen, nicht einmal die historischen Probleme des Landes anzusprechen, auch jene, die einer rechten Wirtschaftspolitik zugeordnet werden können, wie zum Beispiel die Produktivität, die Unternehmensgröße, die noch immer wichtige Rolle des Staates in der Wirtschaft und eine Rationalisierung der öffentlichen Ausgaben.
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Cinq ans de gouvernement Meloni et aucun tournant économique
Por Mattia Marasti
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Jamais, au cours de l'histoire républicaine, un même gouvernement n'avait présenté sa cinquième manœuvre financière. C'est pourquoi la conférence de presse avec laquelle le gouvernement Meloni a présenté celle de 2027 représente un cas inédit pour notre pays. Ce qui n'a pas changé, en revanche, ce sont les contenus : des interventions infinitésimales et circonscrites, dont les impacts, lorsqu'ils ne sont pas négatifs, comme dans le cas de l'extension du régime forfaitaire, n'auront probablement aucun impact significatif. Il s'agit d'une caractéristique de la politique économique du gouvernement Meloni, qui, malgré avoir eu le gouvernement le plus durable et stable, n'a pas changé le visage économique du pays. Étant la dernière manœuvre du gouvernement, il est néanmoins intéressant de comprendre si cet immobilisme quasi total n'est pas en réalité dû à la volonté de faire passer une certaine idée de l'action du gouvernement.
Au sein de la manœuvre, on retrouve des mesures qui ont caractérisé le gouvernement Meloni tout au long de la législature. En particulier, la mesure principale – si on peut dire – concerne l'IRPEF. Pour réduire le fardeau fiscal de la classe moyenne, le gouvernement Meloni a relevé de 50 000 à 55 000 euros par an le seuil du deuxième tranché de l'IRPEF, celui de 33 %, avec un coût estimé de 1,2 milliard. Selon les chiffres de SkyTg24 Economia, la mesure concernerait en particulier 1,3 % des contribuables, soit ceux qui gagnent un peu plus de 50 000 et moins de 55 000 euros. En réalité, cependant, l'économie bénéficiera également à ceux qui gagnent plus que ce montant. En raison de la structure par tranches de l'IRPEF, même ceux qui ont un revenu imposable supérieur à 55 000 euros verront taxer à 33 % au lieu de 43 % ces 5 000 euros, avec une économie maximale de 500 euros, sauf mécanismes qui neutralisent l'effet sur les revenus plus élevés. L'année dernière, avec une intervention similaire sur l'IRPEF, le problème de la stérilisation du bénéfice pour les revenus plus élevés s'était posé. Les solutions mises en œuvre par le gouvernement n'avaient cependant pas été efficaces. Sur le plan technique, plus qu'une réduction pour la classe moyenne, il s'agit d'une réduction des impôts pour les contribuables les plus aisés. Nous reviendrons sur cette question plus tard dans l'article.
Cette mesure ouvre en réalité plusieurs fronts. En premier lieu, cette réduction pourrait être seulement apparente. Derrière se cache le fameux "drenaggio fiscale" (fiscal drag), un problème qui s'est manifesté dans un contexte d'inflation élevée et d'augmentations salariales conséquentes, sans indexation des tranches, des déductions et des dégrèvements. Ces augmentations salariales, dont la fonction est précisément de chercher à augmenter le pouvoir d'achat, augmentent cependant la base imposable de l'IRPEF. Ainsi, les travailleurs voient leur fardeau fiscal augmenter, malgré leur situation économique inchangée. En même temps, on assiste à une augmentation des recettes de l'État. Sur le fait que les interventions aient ou non restitué cette augmentation de recettes, il y a un débat technique, pour lequel on renvoie à l'analyse de l'Observatoire des Comptes Publics Italiens. Si on suppose le scénario le plus favorable, c'est-à-dire que les interventions précédentes aient déjà restitué le surplus de recettes dû au drenaggio fiscale, alors la réduction des impôts, une fois déduite la compensation, apparaît minime.
On ne peut pas non plus négliger le facteur du niveau général des revenus du travail dépendant, étant donné que l'IRPEF est devenue une taxe spéciale sur ceux-ci et sur les pensions. On a vu que les contribuables qui déclarent plus de 50 000 euros bruts finissent dans la tranche supérieure de la distribution – le top 10 %. Sur ce point, il est nécessaire de porter l'attention : il est vrai que la réduction concerne les contribuables les plus aisés, en termes de distribution des revenus, mais on ne peut certainement pas considérer ces contribuables comme des "paperoni". Le problème, c'est plutôt la dynamique molle des salaires dans notre pays : on ne peut pas intervenir avec la levier fiscal – c'est-à-dire la réduction des impôts – comme l'a fait le gouvernement Meloni ces dernières années. Au contraire, il aurait fallu une stratégie axée sur l'augmentation de la productivité de notre système économique. Outre quelques interventions d'efficacité douteuse, l'exécutif a peu fait sur ce sujet. En partie, la motivation est politique, plus que économique. Pour relancer la productivité dans notre pays, il faut un projet à long terme, donc non dépensable à court terme en termes de consensus électoral, et qui, surtout, finirait par déplaire à certaines catégories. Au contraire, les interventions sur l'IRPEF ont des effets plus immédiats et politiquement dépensables.
Enfin, persiste, comme annoncé, le problème d'une taxe, l'IRPEF, dont la base imposable s'est vidée, car divers types de revenus sont aujourd'hui soumis à des régimes spéciaux, comme ceux du travail indépendant et la cedolare secca. Une réforme plus ambitieuse du système fiscal dans sa globalité aurait été la bienvenue, surtout en raison d'études montrant que le système est devenu faiblement progressif et régressif pour les plus riches.
La deuxième mesure clé de la manœuvre concerne l'extension du régime forfaitaire pour les travailleurs indépendants. Le plafond pour la taxation forfaitaire à 15 % (5 % pour les nouvelles Particules IVA) passe de 85 000 euros à 100 000 euros. Cependant, ce régime avait déjà été critiqué par la Commission européenne, qui demandait une stricte réglementation. Pour tenter d'éviter le conflit avec Bruxelles, le gouvernement a donc dû exclure les simplifications sur la TVA pour les revenus dépassant le plafond de 85 000 euros.
Cette mesure présente également des critiques. Le régime forfaitaire a été créé pour offrir une taxation facilitée qui, outre les effets économiques les plus évidents, vise à réduire la fraude, particulièrement élevée, parmi les travailleurs indépendants. Le problème principal réside dans le seuil rigide à partir duquel il s'applique. En effet, ceux qui sont en dessous du seuil ont un incitatif à déclarer car les impôts sont minimes. Mais ceux qui sont juste en dessous du seuil auront, au contraire, des incitatifs à frauder ou à ne pas déclarer pour pouvoir revenir dans le régime facilité. La perte, dans ce cas, n'est pas seulement celle qui peut être attribuée à la fraude, mais aussi le manque à gagner que le passage au régime facilité entraînerait. C'est précisément ce manque à gagner qui contribue à augmenter les coûts du régime forfaitaire, comme le souligne une analyse datant de quelques années du Ministère de l'Économie et des Finances. Bien que, à ce jour, il n'existe pas d'estimations sur les effets de la nouvelle augmentation du seuil, il est vraisemblable que se reproduise une dynamique similaire : d'un côté, l'émergence de revenus parmi les contribuables les plus petits ; de l'autre, des incitatifs accrus à frauder pour ceux proches du seuil, avec des coûts pour l'État tant en termes de fraude que de manque à gagner dû au régime facilité.
Dans le cadre de la manœuvre, selon ce qui a été déclaré par Giorgia Meloni lors d'une conférence de presse, figurent également d'autres mesures, telles que l'abolition de la taxe de circulation pour les voitures de petite et moyenne taille, une augmentation du financement pour la santé, des investissements supplémentaires pour la défense et l'énergie, ces derniers étant convenus avec l'Europe, et d'autres mesures qui, probablement, auront un impact non particulièrement significatif.
En ce qui concerne les fonds, une partie des 26 milliards de la manœuvre est financée par emprunt, comme mentionné précédemment, avec l'accord de la Commission pour certains chapitres de dépenses. Outre l'économie réalisée par les ministères, une part importante des ressources provient de l'augmentation des prélèvements sur les banques, les assurances et les entreprises du secteur énergétique.
Au-delà de l'évaluation des mesures individuelles contenues dans la manœuvre, il est intéressant de considérer le contexte dans lequel cette manœuvre a été présentée. Même si elle devait être votée à l'issue naturelle de la législature, cette manœuvre représente celle qui précède la campagne électorale. Pour cette raison, le gouvernement est incité à mettre en place des mesures qui visent davantage le consensus à court terme que l'économie. D'ailleurs, la recherche économique a également porté son attention sur ce type de phénomène. Il n'est pas manquant, comme nous l'avons noté, des mesures qui visent leur propre base. Certaines de ces mesures auront probablement un effet négatif du point de vue économique. L'extension de la flat tax pour les indépendants jusqu'à 100 000 euros en est un exemple, car les observations du Centre Italien d'Études Électorales (CISE) confirment que cette catégorie vote de manière considérable pour les partis de droite et en particulier pour Fratelli d'Italia. D'autres, comme l'abolition structurelle de la taxe de circulation automobile, ont certes une intention électorale. Bien que le montant soit dérisoire si l'on considère l'économie sur une base annuelle, il faut tenir compte du fait que le paiement se concentre sur un seul mois. Par conséquent, sur une période individuelle, il s'agit d'une économie considérable pour le budget des familles. L'espoir du gouvernement Meloni, dans un contexte marqué par le coût de la vie, est que cela influence les indécis et affecte donc leurs décisions de vote.
Cependant, l'action du gouvernement reste liée aux règles européennes. En effet, en septembre, l'ISTAT a confirmé que le déficit pour l'année passée s'établit à 3,1 pour cent, empêchant ainsi la sortie de la procédure d'infraction. Non seulement cela, mais le contexte économique dans lequel se trouve le pays, marqué par un coût élevé de l'énergie, nécessite des interventions de la part du gouvernement qui réduisent encore davantage l'espace fiscal pour d'éventuelles politiques plus expansionnistes.
Cependant, il serait imprudent de voir dans ces contraintes budgétaires uniquement des obstacles à l'action du gouvernement. Si les mesures purement électorales sont limitées, le gouvernement Meloni peut également utiliser cette prudence dans les comptes publics à des fins politiques. Déjà lors de la manœuvre précédente, avant que le gouvernement ne la modifie en fin de course, Meloni avait parlé d'une manœuvre « très sérieuse et équilibrée ».
Ce n'est pas un hasard : une gestion prudente des ressources publiques fait partie de la stratégie de Meloni pour maintenir au sein de son gouvernement une coalition hétérogène. Alors que les mesures de sécurité et les attaques contre les voyous et la magistrature visent l'électorat le plus à droite, la politique économique du gouvernement Meloni est une tentative de séduire un électorat plus modéré. Certaines des politiques mises en œuvre par les partis d'opposition lorsqu'ils étaient au pouvoir sont utilisées par Meloni pour renforcer cette narration : malgré l'avoir initialement défendu et même demandé son extension, le Superbonus approuvé par le gouvernement Conte II, soutenu précisément par les partis qui font aujourd'hui partie du Campo Largo, a été au centre des attaques de Meloni ces derniers mois, à commencer par la polémique sur le dépassement du seuil de 3 %. Du point de vue électoral, cette manœuvre représente une tentative de se poser en coalition capable de maintenir la stabilité et une politique fiscale prudente, contre un bloc qui aurait déséquilibré les comptes publics.
Si nous avons porté notre regard vers l'avenir proche, c'est également l'occasion de faire un bilan de l'action économique du gouvernement Meloni. En dehors des schémas électoraux et des évaluations de la politique économique, ce gouvernement sera remembered comme une occasion manquée. Ses mérites découlent, pour l'essentiel, de facteurs externes qui ont caractérisé une grande partie du continent et des pays occidentaux. Par exemple, le record d'emploi, souvent vanté par Meloni, s'inscrit dans une tendance plus large, difficilement attribuable aux politiques du gouvernement. Au contraire, là où il aurait pu agir, comme dans la politique industrielle, on a vu peu ou rien.
Le gouvernement Meloni aurait pu intervenir massivement, surtout au début de son mandat, avec une ligne économique de droite, comme l'ont fait de nombreux gouvernements à l'étranger : pensons, encore une fois en dehors de l'évaluation politique, à l'action du conservateur Fredrik Reinfeldt en Suède ou de Cameron-Osborne au Royaume-Uni. Cela aurait conféré à Meloni le rôle de leader d'une nouvelle droite – différente de celle de Reinfeldt ou Cameron, c'est certain – également sur le front économique.
On a préféré ne pas même essayer de gratter les problèmes historiques du pays, y compris ceux qui relèvent d'une vision économique de droite, tels que la productivité, la taille des entreprises, la présence encore importante de l'État dans l'économie, une rationalisation de la dépense publique.
Image en avant-première : frame vidéo SkyTg24 via YouTube
Five years of the Meloni government and no economic turning point
Por Mattia Marasti
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It had never happened in the course of the republican history that the same government would present its fifth financial maneuver. For this reason, the press conference with which the Meloni government presented the 2027 maneuver represents an unprecedented case for our country. What has not changed, however, are the contents: infinitesimal and limited interventions, with impacts that, when not negative, as in the case of the extension of the flat-rate regime, will probably have no significant impact. This is the characteristic figure of the Meloni government's economic policy, which, despite having had the most enduring and stable government, has not changed the economic face of the country. Being the last maneuver of the government, however, it is also interesting to understand whether this almost immobility is not actually due to passing a certain idea of the government's work.
Within the maneuver, there are measures that have characterized the Meloni government throughout the duration of the legislature. In particular, the main measure – if it can be called that – is the one on IRPEF (Personal Income Tax). To reduce the tax burden on the middle class, the Meloni government has raised the threshold for the second IRPEF bracket, the 33 percent one, from 50,000 to 55,000 euros per year, with an estimated cost of 1.2 billion. According to the numbers from SkyTg24 Economia, the measure will primarily affect 1.3 percent of taxpayers, those earning slightly more than 50,000 and less than 55,000 euros. However, the savings will also benefit those earning more than that amount. Due to the bracket structure of IRPEF, those with a taxable income above 55,000 euros will see the 5,000 euros taxed at 33 percent instead of 43, with a maximum savings of 500 euros, unless mechanisms neutralize the effect on higher incomes. Last year, with a similar intervention on IRPEF, the problem of sterilizing the benefit for higher incomes had already emerged. The solutions put in place by the government, however, had not proven effective. Technically, more than a cut for the middle class, it is a reduction in taxes for the more affluent taxpayers. We will return to this issue later in the article.
This measure actually opens up various fronts. First, this reduction could be only apparent. Behind it lies the so-called fiscal drag, a problem that has resurfaced in a context of high inflation and consequent wage increases, without indexing brackets, deductions, and allowances. These wage increases, whose function is to try to increase purchasing power, end up increasing the IRPEF taxable base. In this way, workers see their tax burden increase, despite their economic condition not improving. At the same time, there is a higher revenue for the state. Whether the interventions have or have not returned this increase in revenue is a technical debate, for which we refer to the analysis of the Italian Public Accounts Observatory. If we assume the most favorable scenario, that is, that previous interventions have already returned the higher revenue due to fiscal drag, then the tax cut, once the compensation is deducted, is minimal.
One cannot fail to consider the factor of the general level of dependent work incomes, given that IRPEF has become a special tax on them and on pensions. It has been seen that taxpayers declaring over 50,000 euros gross end up in the highest bracket of the distribution – the top 10 percent. Attention must be paid to this: it is true that the cut affects the more affluent taxpayers, relative to the income distribution, but at the same time, these taxpayers cannot certainly be considered "suckers." The problem, if anything, is the weak dynamics of wages in our country: one cannot intervene with the fiscal lever – that is, with tax reduction – as the Meloni government has done in recent years. Instead, a strategy focused on increasing the productivity of our economic system would have been needed. Beyond some interventions of dubious effectiveness, the executive has done little on the subject. In part, the motivation is political rather than economic. To boost productivity in our country, a long-term project is needed, which cannot be spent in the short term in terms of electoral consensus and which, above all, would end up displeasing some categories. On the contrary, interventions on IRPEF have more immediate and politically spendable effects.
Finally, as anticipated, the problem persists of an IRPEF whose taxable base has been emptied, as various types of income are now subject to special regimes, such as those from self-employment and the flat-rate tax. A more comprehensive reform of the tax system as a whole would have been welcome, especially in light of studies showing how the system has become weakly progressive and regressive for the wealthiest.
The second key measure of the maneuver concerns the extension of the flat-rate regime for self-employed workers. The limit for the flat 15 percent tax (5 percent for new VAT numbers) increases from 85,000 euros to 100,000 euros. However, this regime had already been scrutinized by the European Commission, which called for stricter rules. To try to avoid a clash with Brussels, the government had to exclude VAT simplifications for income exceeding the 85,000 euro limit.
This measure also presents critical issues. The flat-rate regime was born to offer a simplified taxation that, beyond the more evident economic effects, aims to reduce tax evasion, which is particularly high among self-employed workers. The main problem remains in the rigid threshold at which it is applied. Those below the threshold have an incentive to declare because taxes are minimal. However, those close to the threshold will, on the contrary, have incentives to evade or not declare in order to qualify for the simplified regime. The loss, in this case, is not only that attributable to evasion but also the missed revenue that the transition to the simplified regime would entail. This missed revenue contributes to increasing the costs of the flat-rate regime, as noted in an analysis from a few years ago by the Ministry of Economy and Finance. Although, to date, there are no estimates of the effects of the latest increase in the threshold, it is likely that a similar dynamic will reoccur: on one side, the emergence of income among smaller taxpayers; on the other, greater incentives to evade for those near the threshold, with costs to the state both in terms of evasion and missed revenue due to the simplified regime.
Within the budget, according to what Giorgia Meloni declared at a press conference, there are also other measures such as the abolition of the car tax for small and medium-sized vehicles, an increase in funding for healthcare, greater investments in defense and energy, the latter agreed with Europe, and further measures that will probably have a not particularly significant impact.
Regarding the funds, part of the 26 billion euros of the budget is financed by debt, as previously mentioned, agreed with the Commission for some expenditure items. In addition to savings by ministries, a significant portion of the resources comes from an increase in levies on banks, insurance companies, and energy sector businesses.
Beyond the evaluation of the individual measures contained in the budget, it is interesting to consider the context in which this budget was presented. Even if it were to be voted at the natural end of the legislature, this represents the budget before the electoral campaign. For this reason, the government is incentivized to implement measures that focus more on short-term consensus than on the economy. After all, economic research has also focused on this type of phenomenon. As we have noted, there are measures that cater to their own base. Some of these will likely have a negative economic effect. The extension of the flat tax for self-employed workers up to 100,000 euros is an example, as surveys by the Italian Center for Electoral Studies (CISE) confirm that this category votes significantly for right-wing parties, particularly for Brothers of Italy. Others, such as the structural abolition of the car tax, have an electoral intent. Although the amount is negligible if considered on an annual basis, it must be noted that the payment is concentrated in a single month. Therefore, on an individual basis, it represents a considerable saving for household budgets. The hope of the Meloni government, in a context marked by high living costs, is that this will influence the undecided and thus impact voting decisions.
However, the government's action remains constrained by European rules. In September, ISTAT confirmed that the deficit for the previous year stood at 3.1 percent, thus preventing the country from exiting the excessive deficit procedure. Not only that: the economic context in which the country finds itself, marked by high energy costs, requires government interventions that further reduce fiscal space for potentially more expansionary policies.
However, it would be imprudent to see these spending constraints as mere obstacles to government action. If it is true that purely electoral measures are limited, at the same time, the Meloni government can use this prudence in public accounts for political purposes. Even during the previous budget, before the government itself changed it at the last minute, Meloni had spoken of a "very serious and balanced" budget.
It is no coincidence: a prudent management of public resources is part of Meloni's strategy to keep an internally heterogeneous coalition together. While with security measures and attacks on criminals and the judiciary, she addresses her more right-wing electorate, the economic policy of the Meloni government is an attempt to appeal to a more moderate electorate. Some policies implemented by opposition parties when they were in government are being used by Meloni to reinforce this narrative: despite initially defending it and even calling for its extension, the Superbonus approved by the Conte II government, supported by the very parties that today form part of the Broad Field, has been at the center of Meloni's attacks in recent months, starting with the controversy over the 3 percent overshoot. From an electoral perspective, the maneuver represents an attempt to position herself as a coalition that has managed to maintain stability and a prudent fiscal policy, as opposed to a bloc that would have destabilized public finances.
If we look to the near future, it is also an opportunity to take stock of the Meloni government's economic performance. Setting aside electoral considerations and evaluations of economic policy, this government will be remembered as a missed opportunity. Its merits, for the most part, derive from external factors that have characterized much of the continent and Western countries. For example, the record number of employed people, often touted by Meloni, fits into a broader trend, one that is hardly attributable to government policies. On the contrary, where it could have done something, such as in industrial policy, little or nothing has been seen.
The Meloni government could have intervened massively, especially in the early stages of its term, with a right-wing economic line, as many governments abroad have done: consider, again setting aside political evaluation, the actions of conservative Fredrik Reinfeldt in Sweden or Cameron-Osborne in the United Kingdom. This would have given Meloni the role of leader of a new right—different from that of Reinfeldt or Cameron, certainly—also on the economic front.
Instead, it was preferred not to even attempt to address the country's historical problems, including those that fall under a right-wing economic vision, such as productivity, business size, the still significant presence of the state in the economy, and a rationalization of public spending.
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Kvin jaroj de la registaro Meloni kaj neniu ekonomia turniĝo
Por Mattia Marasti
Traducción automática del italiano · el original manda

Jamankore ne estis en la kurso de la republikana historio, ke la sama reggimento alvenis al prezenti ĝian kvinan finan manovron. Pro tio, la preskaŭ konferenco, per kiu la reggimento Meloni prezentis la manovron de 2027, reprezentas unikan okazon por nia lando. Tio, kio ne ŝanĝiĝis, estas la enhavo: interventoj minimumaj kaj limigitaj, kun efektoj, kiuj, kiam ne negativaj, kiel en la okazo de la etendado de la regimo forfettario, verŝajne ne havos iun gravan efekton. Ĝi estas la karakteriza cifero de la ekonomia politiko de la reggimento Meloni, kiu, malgraŭ havi la plej daŭran kaj stabilan reggimenton, ne ŝanĝis la ekonomian vizaĝon de la lando. Estante la lasta manovro de la reggimento, tamen, estas interesa ankaŭ kompreni, ĉu tiu preskaŭ-movado ne estas en realo pro tio, ke ĝi volas transdoni certan ideon pri la ago de la reggimento.
En la manovro, oni trovas mezurojn, kiuj karakterizis la reggimenton Meloni dum la tuta legislativa periodo. Aparte, la ĉefmezuro – se tiel oni povas diri – estas tiu pri la IRPEF. Por redukti la fisikan oneron sur la meza klaso, la reggimento Meloni altigis la limon por la dua IRPEF-nivelo, la 33-procenta, de 50 000 euro al 55 000 euro la jaro, kun kostado de 1,2 miliardo. Laŭ la nombroj de SkyTg24 Ekonomio, la mezuro interesos speciale la 1,3-procenton de la contribuantoj, tio estas tiuj, kiuj gajnas inter pli ol 50 000 kaj malpli ol 55 000 euro. Realiginte, tamen, la ekonomio interesos ankaŭ tiujn, kiuj gajnas pli ol tiu cifero. Pro la nivela strukturo de la IRPEF, ankaŭ tiuj, kiuj havas imponan venon super 55 000 euro, vidos taksatajn al 33 procento anstataŭ 43 tiujn 5 000 euro, kun maksimuma ekonomio de 500 euro, krom mekanismoj, kiuj neutralizos la efikon sur la pli altaj venoj. Lastjare, kun simila intervento sur la IRPEF, la problemo estis ke la beneficio estis steriligita por la pli altaj venoj. La solvoj proponitaj de la reggimento, tamen, ne pruviĝis efikaj. Teknike, pli ol reduktado sur la meza klaso, ĝi estas reduktado de la impostoj sur tiujn, kiuj estas la pli prosperaj contribuantoj. Pri tiu temo ni revenos pli poste en la artikolo.
Ĉi tiu mezuro malfermas en realo diversajn frontojn. Unue, tiu redukto povus esti nur ŝajna. Malantaŭ ĝi kaŝiĝas la tielnomata fisfiskado (fiscal drag), problemo, kiu reaperis en la kunteksto de alta inflacio kaj sekva salara alton, sen indeksado de niveloj, deduktoj kaj deduktoj. Tiuj salara alton, kies funkcio estas precize prokuri pli da aĉetforto, aldoniĝas al la impona bazo de la IRPEF. Tiel, la laboristoj vidos aldoniĝi la fisikan oneron, malgraŭ ke ilia ekonomia situacio ne plibonigis. Simultan, oni vidas pli grandan fisikan venon por la ŝtato. Ĉu la interventoj restituis aŭ ne tiun aldonan fisikan venon estas teknika diskuto, por kiu oni sendu al la analizo de la Observatorio de la Italaj Publika Kontoj. Se oni supozas la plej favoran scenaron, ke la antaŭaj interventoj jam restituis la pli grandan fisikan venon pro la fisfiskado, tiam la impostreduko, post forigo de la kompensado, rezultas minimuma.
Oni ne povas ne konsideri la faktoron de la ĝenerala nivelo de la salajroj, ĉar la IRPEF jam iĝis speciala imposto sur ili kaj sur la pensioj. Oni vidis, ke la contribuantoj, kiuj deklaras pli ol 50 000 euro brutajn, finiĝas en la plej alta nivelo de la distribuo – la top 10 procento. Tiu estas necesa atentigo: ĝi estas vera, ke la redukto interesas la pli prosperajn contribuantojn, rilate al la venodistribuo, sed samtempe oni ne povas certe konsideri tiujn contribuantojn "paperon". La problemo, anstataŭe, estas la malviva dinamiko de la salajroj en nia lando: oni ne povas interventi per la fisfiskada levo – tio estas, per la redukto de la impostoj – kiel faris la reggimento Meloni en tiuj jaroj. Anstataŭe, estus bezonita strategio fokusa sur la plibonigo de la produktiveco de nia ekonomia sistemo. Krom kelkaj dubefikaj interventoj, la ekzekutanto faris minimume sur tiu temo. Parte, la motivo estas politika, pli ol ekonomia. Por relanci la produktivecon en nia lando, oni bezonas longa-projekton, do ne disponeblan en mallonga tempo en termino de elektora konsento, kaj, ĉefe, ĝi finos per malcontentigi iujn kategoriojn. Anstataŭe, la interventoj sur la IRPEF havas pli rapidajn kaj politike disponeblajn efikojn.
Fine persistas, kiel antaŭdiris, la problemo de imposto, la IRPEF, kies impona bazo malpleniĝis, ĉar diversaj tipoj de venoj hodiaŭ estas submetitaj al specialaj regimoj, kiel tiuj de la senstipigita laboro kaj la cedolare seka. Pli ampleksa reformo de la fisfiska sistemo en ĝia komplekso estus estinta bonvena, speciale pro studoj, kiuj montras, kiom hodiaŭ la sistemo iĝis malforte progresiva kaj regresiva por la pli ricaj.
La dua ĉefmezuro de la manovro rilatas al la etendado de la regimo forfettario por la senstipigitaj laboristoj. La limo por la plata taksado al 15 procento (5 por la novaj Partoj de IVA) altiĝas de 85 000 euro al 100 000 euro. Tamen, tiu regimo jam estis atentigita de la Eŭropa Komisiono, kiu petis streĉon. Por eviti konflikton kun Bruxelo, la reggimento do devis ekskluzi la simpligojn pri la IVA por la veno, kiu superas la limon de 85 000 euro.
Ankaŭ tiu ĉi mesaĝo prezentas kritikajn punktojn. La forfeta regimo naskiĝas por oferi faciligitan impostan sistemon, kiu, krom la plej evidencaj ekonomiaj efektoj, celas redukti la evitadon de impostoj, kiuj estas speciale alta inter la senprismaj laboristoj. La ĉefproblemo ankoraŭ restas en la rigida limo, de kiu ĝi aplikigas. Tio, kiu estas sub la limo, havas incitigon al deklaro, ĉar la impostoj estas minimumaj. Sed tiuj, kiuj estas proksime de la limo, havos, al kontraŭo, incitigon eviti aŭ ne deklari por povas reen eniri la faciligitan regimon. La perdo, en tiu ĉi okazo, ne estas nur tiu, kiun oni povas atribui al evitado, sed ankaŭ la neokaza veno, kiun la pasado al la faciligita regimo kaŭzus. Precize tiu ĉi neokaza veno kontribuas al la kresko de la kostoj de la forfeta regimo, kiel montras analizo de kelkaj jaroj antaŭe fare de la Ministero de Ekonomio kaj Financoj. Kvankam, ĝis hodiaŭ, ne ekzistas taksoj pri la efektoj de la denovea alto de la limo, estas verŝajne, ke simila dinamiko reaperos: de unu flanko, la emerĝo de venoj inter la malgrandaj kontribuantoj; de la alia flanko, pli grandaj incitigoj eviti por tiuj proksimaj al la limo, kun kostoj por la ŝtato kaj en la kunteksto de evitado kaj de neokaza veno pro la faciligita regimo.
En la manovro, laŭ kio Giorgia Meloni deklaris en preskonferenco, troviĝas ankaŭ aliaj mesaĝoj, kiel la abolo de la registra imposto por aŭtoj de malgranda kaj meza grandeco, pli granda financo por la saneco, pli grandaj investaĵoj por la difeno kaj por la energio, tiuj lastaj konvenitaj kun Eŭropo, kaj pliaj mesaĝoj, kiuj verŝajne havos ne specife grandan efekton.
Pri la financoj, parto de la 26 miliardoj de la manovro estas financitaj per debito, kiel antaŭe dirite, konvenite kun la Komisiono por kelkaj el la elspezoj. Krome al la ekonomio de la ministerioj, granda parto de la resursoj venas de la pli alta prelevado por bankoj, asuradoj kaj eneroaj kompanioj.
Malproksime de la evaluado pri la individuaj mesaĝoj enhavataj en la manovro, estas intereseca konsideri la kuntekston, en kiu ĝi estis prezentita. Ankaŭ en la okazo, ke ĝi estus voĉdonita je la fina termino de la legislaturo, ĉi tio reprezentas la manovron antaŭ la elektperiodo. Pro tio, la reggimento estas incitigita proponi mesaĝojn, kiuj pli rigardas al la konsento sur mallonga horizonto ol al la ekonomio. Alivorte, ankaŭ la ekonomia esploro metis atenton sur tiun tipon de fenomeno. Ne mankas, kiel ni notis, mesaĝoj, kiuj rigardas al sia propra bazo. Kelkaj el tiuj verŝajne havos negativan efekton el ekonomia vidpunkto. La etendado de la forfeta imposto por la senprismaj laboristoj ĝis 100 mila euro estas ekzemplo, ĉar la observaĵoj de la Centro Italiana de Elektaj Studoj (CISE) konfirmas, ke la kategorio voĉdonas en granda nombro por la dekstra flankaj partioj kaj speciale por Fratelli d’Italia. Aliaj, kiel la struktura abolo de la registra imposto por aŭtoj, havas certe elektan celon. Kvankam la cifero estas minimuma, se ni konsideras la ekonomion sur jara bazo, ni devas konsideri, ke la pago koncentriĝas en unu sola monato. Tial, por la individua periodo, ĝi estas granda ekonomio por la familioj. La espero de la reggimento Meloni, en la kunteksto de alta eneroa kosto, estas, ke ĝi influos la nepriskribitajn kaj do influos la voĉdondecidojn.
Tamen, la ago de la reggimento restas ligita al la eŭropaj reguloj. En septembro, la ISTAT konfirmis, ke la deficito por la pasinta jaro estas 3,1 procento, tiel ne permesante la eliro el la infrakta proceduro. Ne nur: la ekonomia kunteksto, en kiu la lando troviĝas, markita de alta eneroa kosto, postulas agojn de la reggimento, kiuj plue reduktos la fisfiskan spacon por eventualaj pli vastaj politikoj.
Tamen, estus imprudente vidi en tiuj ligiloj al elspezoj nur obstaklojn al la ago de la reggimento. Se estas vera, ke la mesaĝoj pura elektaj celoj estas limigitaj, samtempe la reggimento Meloni povas uzi tiun prudenton en la publika financo por politikaj celoj. Jam en la tempo de la antaŭa manovro, antaŭ ol la reggimento mem ŝanĝis ĝin en la fina streco, Meloni parolis pri "tre serioza kaj ekvilibrita" manovro.
Ne estas hazardaĵo: prudenta administado de la publikaĵoj apartenas al la strategio de Meloni por teni ene de sia koalicio diversajn partiojn. Dum ŝi per la mezuroj pri sekureco kaj atakoj kontraŭ krimuloj kaj la justeco celas la pli dekstra elektorado, la ekonomia politiko de la regno Meloni estas provo atingi pli modaran elektordon. Kaj kelkaj politikoj enaktitaj de la partioj de la opposicio, kiam ili estis regnantaj, estas uzataj de Meloni por fortigi tiun narradon: malgraŭ la tio, ke ŝi unue defendis ĝin kaj eĉ petis ĝian etendigon, la Superbonus aprobita de la regno Conte II, subtenata de la partioj kiuj hodiaŭ apartenas al la Larga Kampo, estis la centro de la atakoj de Meloni dum tiuj monatoj, komencante de la polemiko pri la transpasado de la 3-procenta limo. El la elektora vidpunkto, la manovro reprezentas la tenton esti la koalicio, kiu sukcesis mainteni stabilecon kaj prudentan fisfaron, kontraŭ bloko, kiu malstabiligus la publikaĵojn.
Se ni rigardos al la proksima estonteco, ĝi estas ankaŭ la okazo por balancado de la ekonomia ago de la regno Meloni. Malatentante la elektajn skemojn kaj la ĝisdatan politikan ekonomian analizon, tiu regno estos memorita kiel perdiĝa okazo. Ĝiaj meritoj venas plejparte de ekstera faktoroj, kiuj distingis la plejparton de la kontinento kaj la okcidentaj landoj. Ekzemple, la rekordo de la ocupitaj, multfoje proklamita de Meloni, enkorpriĝas en pli vasta tendenco, malkonvene atribuebla al la politikoj de la regno. Kontraŭe, tie, kie ĝi povis agi, kiel en la industria politiko, oni vidis minimumon aŭ nenion.
La regno Meloni povus masive interveni, speciale en la komenco de sia regado, kun dekstra ekonomia linio, kiel faris multaj regnoj eksterlande: pensu – denove, malatentante la politikan analizon – al la ago de la konservatisto Fredrik Reinfeldt en Svedio aŭ de Cameron-Osborne en la Unuiĝinta Reĝlando. Tio donus al Meloni la rolon de lidero de nova dekstro – malsama de tiu de Reinfeldt aŭ Cameron, ĉi tio estas certa – ankaŭ en la ekonomia fronto.
Anstataŭe, oni preferis ne eĉ provi solvi la historiajn problemojn de la lando, inkluzive tiuj, kiuj rilatas al dekstra ekonomia vidpunkto, kiel ekzemple la produktiveco, la grandeco de la entreprenadoj, la ankoraŭ alta rolo de la ŝtato en la ekonomio, la racionaligo de la publika elspezo.
Antaŭa bildo: kadrovideo de SkyTg24 per YouTube